Sette giorni.

Sette giorni. Adesso me ne sono resa conto.

Ironicamente, la presa di coscienza è avvenuta durante una conversazione con una mia cara co-anno / amica, scambiandoci insicurezze e aspettative e parlando, appunto, di quanto partire sembrasse così irreale. E proprio a quel punto la partenza imminente è diventata reale.

Mi verrebbe da dire che ho paura. Ma quello che provo non è paura, è un’emozione che non ho mai provato prima, e che non so ben definire. È un’allerta, una messa in guardia, un alzare le proprie difese, ma senza l’impulso di scappare. Anzi, provo proprio il contrario. Forse potrei chiamarlo richiamo dell’avventura?

Avventura come l’aventiure medievale, quando i rampolli non primogeniti sedicenni delle famiglie nobili venivano equipaggiati di cavallo e scudo, e poi mandati via di casa, affinché scoprissero il mondo e si costruissero una propria esistenza. Oppure come il senso della vita umana, condensato da Dante in una frase: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza.

So esprimere il mio stato d’animo al meglio con una metafora spaziale: se fossi un satellite, questo sarebbe il momento dove vengo lanciato fuori dall’orbita, e inizio il mio volo alla deriva, senza alcun’ancora o punto fisso; e mi chiedo se potrò decidere io da che parte andare o se sarò in balìa di tutto il resto.

Questa paura / richiamo dell’avventura è un’emozione troppo grande e piena perché io la riesca a descrivere. Non riesco, come con altre emozioni, ad afferrarne il nocciolo, imprigionarlo in una frase e darmi così l’impressione di averla sotto controllo, che sia, vista così, inoffensiva.

Tra una settimana, a quest’ora, sarò a Duino. Avrò rivisto i miei co-anno italiani e i miei secondi che ho conosciuto all’orientation weekend, avrò messo piede a Duino pensando che sì, davvero, studierò e vivrò qui, proprio qui (la prima volta che ho messo piede a Duino pensavo: mi candiderò per i Collegi del Mondo Unito? La seconda: verrò ammessa ai Collegi del Mondo Unito? Non so se, ricordandomi questi pensieri e le emozioni di allora, riuscirò a non commuovermi), avrò conosciuto di persona alcune delle persone con le quali passerò insieme il prossimo anno scolastico, avrò visto la mia residenza e la mia camera, avrò conosciuto la o le mie compagne di stanza.

La prima cosa che farò, appena arrivata in camera, so già cosa sarà: tirerò fuori il violoncello e suonerò Bach. So che sarà un impulso irresistibile, il voler sentirmi a casa – è questo quello che provo quando suono Bach – in quella che sarà la mia casa per i prossimi due anni.

È tutta la vita che aspetto questo momento. Ho sempre, sempre atteso con impazienza il momento in cui sarei andata via da casa, avrei scelto che direzione dare alla mia vita, sarei stata autonoma e indipendente. Credo di aver capito cos’è che ora che il momento è arrivato non mi torna: avevo sempre immaginato la me di questo momento come una specie di supereroina matura, saggia, decisa, sicura. Mentre ora mi sento insicura, fragile e inesperta come sempre. Ma va bene così: allora non avevo capito che nella vita non c’è nessun “punto di arrivo” della propria persona – la supereroina matura, saggia, decisa e sicura – ma che si continua sempre a crescere e cambiare. E non avevo capito che fragilità e insicurezza non sono necessariamente delle cose negative, delle cose che non possono assolutamente far parte dell’eroina.

Il rapporto con i miei genitori in questi giorni è particolare. Dico loro cose che altrimenti non avrei detto, parlo a cuore aperto: per esempio, dopo anni che lo rimandavo, ho finalmente trovato il coraggio di mettere l’orgoglio da parte e dire a mio papà che mi piace molto, la musica che scrive. E lo stesso vale per loro: mia mamma, oggi, mi ha finalmente chiesto se penso che mi piacciano le ragazze o i ragazzi – domanda che temevo da tempo, e ho provato un moto di rabbia nei miei confronti. Per tutta la vita (adolescente) non avevo mai voluto parlarne, temendo che, mettendo in luce una differenza così grande tra me e loro, il nostro rapporto si sarebbe indebolito, raffreddato. E mi sono sempre tenuta tutto dentro. Mentre in questi cinque minuti rilassati e intimi che ne ho parlato con mia mamma mi sono sentita sollevata, libera e vicina a lei come non mai. Tante pippe per niente. Credo che la cultura pop abbia fatto dell’essere Lgbtq+ questa caratteristica importantissima e determinante per la propria persona… quando potrebbe essere semplicemente una caratteristica come tante altre. Perché preferire le ragazze – o non sentirmi una ragazza, ma questo è un discorso che ancora non so come affrontare – dovrebbe essere più importante della mia passione per la composizione, o sapere italiano e tedesco equamente bene (o male)?

Una delle persone più sagge che abbia mai conosciuto mi ha risposto: perché essere Lgbtq+ influisce moltissimo sul rapporto che hai con gli altri, mentre la tua passione per la composizione no.

È vero. Ma nel rapporto che ho con me, comporre è di gran lunga più importante che forse essere trans. Non so, devo pensarci.

Sette giorni. Anzi, adesso mezzanotte è passata. Sono sei.

N.

P.S. Se state leggendo questo blog perché state pensando se candidarvi a UWC… Fatelo. Assolutamente. Anche solo le selezioni sono un’esperienza bellissima. Se avete domande o curiosità che vorreste rivolgere a studenti, potete scrivermi qui nei commenti, oppure scrivere su instagram a “uwc_21”: l’account della generazione ‘21 di ragazzi italiani UWC.

Sul serio: candidatevi.

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